La “cultura” dell’olio

Buongiorno a tutti!

Nella nostra amata Valle del Lucido (che ricordo si trova in Toscana, Lunigiana orientale, provincia di Massa Carrara) sta piovendo a dirotto e a tratti “nevischia”. Le vette Apuane, che abbracciano la nostra piccola realtà, in questo momento sono soggette a delle abbondanti nevicate. E pensare che pochi giorni fa c’era ancora super caldo! Oggi, nonostante questa sia una giornata fresca e piovosa, mi sento fortunata: sono a casa, davanti al camino stracolmo di legna “schioppiettante” e mi gusto qualcosa di favoloso: l’olio nuovo su un buon pezzo di pane!

 

Qualche lettore potrebbe pensare “Beh, chissà che cosa avrà di tanto speciale un po’ di pane e olio?”. Ebbene, avere l’olio nuovo per noi è una conquista. La scoperta dell’America è niente a confronto 😉 No vabbè, forse sto esagerando; ma davvero avere l’olio nuovo in tavola è una grande soddisfazione e gratificazione. Io credo che proprio nel nostro DNA ci sia questa predisposizione al “piacere dell’olio”, poichè si gusta come se non ci fosse nient’altro di più buono al mondo. Questo “piacere gratificante” proviene dal superamento di diverse situazioni. Innanzitutto raccogliere le olive non è che sia proprio un lavoretto da nulla, anzi… Per raccogliere le olive, se l’annata è buona, si ha bisogno di più giorni o mesi addirittura. Gli anni scorsi da noi c’è stata la malattia delle olive per cui molti frutti non erano buoni. Quest’anno è andata un pochino meglio anche se i frutti sono stati molti meno rispetto all’anno scorso. Le annate di produzione di olio sono sempre diverse; di solito un anno di abbondante produzione è alternato a un anno di produzione scarso-modesta.

olive
Olive di quest’anno
anno 2015
Olive del 2015

Detto questo, passiamo al vero lavoro! Prima di tutto, il campo va “pulito”: ovvero, sarebbe meglio tagliare l’erba sotto gli olivi per facilitare poi la raccolta delle olive da terra.

uliveto
Oliveto nelle vicinanze del paese di Mozzano (MS)

Successivamente, vengono disposte le reti intorno agli olivi e per terra, in modo tale che quando si vanno a “sbattere” le olive (battere con delle sorte di fruste i rami alti degli ulivi in modo tale che le olive cadano a terra), i frutti non vadano ovunque e dunque possano essere facilmente riuniti e raccolti. A volte alcuni rami vengono tagliati e così si facilita la raccolta. I rami poi vengono bruciati sul posto oppure vengono uniti ad altri rami tagliati per creare delle fascine di “legna fina” adatta per accendere il fuoco nel camino. Alcune persone (pure io) amano andare a raccogliere le olive sopra la pianta: faticoso lavoro di equilibrio ;). Ovviamente qualche oliva scappa, quindi quando si scende dall’albero, bisogna fare attenzione non solo per evitare di farsi male, ma anche per evitare di calpestare le olive precedentemente cadute! Insomma, un lavoraccio. Davvero vale il detto “la terra è bassa”.

raccolta olive da terra

Oltretutto, le olive vengono raccolte nel periodo autunnale (e se tante, anche invernale!), quando le giornate si accorciano a vista d’occhio e le temperature a volte non sono proprio ideali per passare del tempo nel campo. Quando c’è freddo, le olive sembrano delle piccole palline di ghiaccio e da tanto che son fredde la mano ne risente! La continua raccolta delle olive dai rami tende invece a indolenzire i nostri preziosi arti. Per non parlare di schiena e ginocchia…

Altra condizione curiosa è che le olive non hanno mai una resa uguale: ci sono anni che rendono di più e anni che rendono di meno, in base anche alle condizioni climatiche che ci sono state durante la fase di maturazione del frutto. Proprio per tutti questi motivi l’olio è una conquista: un bravo agricoltore più o meno ha l’idea di quanto potrà ottenere da un tot di olive, però non ne avrà mai la certezza. E lo stesso il sapore dell’olio: non è mai uguale; a volte è leggermente più amarognolo, a volte più deciso. Dunque è tutto relativo.

Quando infine si finisce di “tribolare” per la raccolta e si arriva ad ottenere la quantità necessaria di olive per essere frante, vengono portate al frantoio, dove il frutto si trasforma in questo magico grasso insaturo. Usanza è che appena uscito dal frantoio, l’olio ottenuto si porta a casa e al primo pasto (o anche solo appena arrivati a casa) si degusta: quel colore verdastro e quel sapore dal leggero pizzichio non solo cattura il piacere del gusto, ma proprio crea una serie di emozioni legate all’assaggio. Sapete perchè?

Probabilmente, come scritto prima, la passione per l’olio ce l’abbiamo nel DNA. Nell’articolo precedente E l’autunno è arrivato!, vi avevo accennato al fatto che nella nostra zona molte persone possiedono appezzamenti di terra, spesso adibiti a oliveti.  Ma la coltura (io direi CULTURA) dell’olivo viene da molto molto lontano e si lega proprio ad alcune fasi storiche che hanno coinvolto la nostra zona. Diciamo che l’olivo sembrerebbe essere una pianta originaria dell’Asia Minore e che piano piano, tra i 6000 e i 5000 anni fa è stato importato in Grecia e successivamente in Magna Grecia e dunque in Italia. Il popolo romano, che ha conquistato anche la nostra zona, era dedito alla coltivazione dell’olivo: minimo sforzo per coltivarlo e grandi risultati per la produzione. Il terreno dove piantare l’olivo infatti non deve avere caratteristiche particolari, se non un buon drenaggio. La nostra zona ad esempio è molto calcarea e sono presenti bellissimi uliveti. Durante il periodo del crollo dell’Impero Romano e delle invasioni barbariche, la coltivazione dell’olivo è stata un po’ abbandonata, per poi essere ripresa nel periodo Medievale dai sistemi religiosi. Ed ecco che qui la storia si incastra ancora meglio: il paese di Monte de’ Bianchi, citato anche in alcuni documenti per la ottimale produzione di olio, era appunto sotto il dominio dei frati Bianchi della famiglia degli Herberia, che avevano proprio lì un Monastero. I frati dunque hanno contribuito a far si che le nostre terre siano state sfruttate per la coltivazione dell’olivo. Tuttora questa collina è piena di questi splendidi alberi.

col.jpg
Monte de’Bianchi visto dal paese di Aiola. Collina caratterizzata da uliveti e vigneti.

Dato che non tutti i paesi della nostra vallata avevano la fortuna di poter coltivare olivi, i paesi meglio esposti che ne avevano tanti, non solo fornivano olio ma fornivano anche i rami: ad esempio, durante la domenica delle Palme, a Monte de’ Bianchi e a Mezzana venivano tagliati dei rami di olivo in più per poterli dare agli abitanti di Vinca, che a causa dell’altitudine (808 mslm) non riuscivano ad avere questo tipo di pianta. Sapete però cosa sta succedendo? Il clima sta cambiando alla grande e quindi pure a Vinca ora ci sono gli olivi!

Chiedo scusa se al posto di olivo avete trovato “ulivo”; è la nostra forma dialettale… Oliva invece si dice “ulìa” !

Poi vi parlerò della frangitura! A presto!

Alessandra!

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Achilli Cesare ha detto:

    l’olio certamente e buonissimo,se non lo degusti col pane di Vinca non sei al 100%

    Piace a 1 persona

    1. Alessandra ha detto:

      Buongustaio 😉

      "Mi piace"

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